Quanto è social la politica?

L’uso dei social da parte di molti politici non risale a ieri, lo sappiamo. La comunicazione oggi non può prescindere dai social network e questo riguarda qualsiasi ambito, compresa la politica. Basti pensare alla rilevanza di certe campagne alle scorse elezioni o all’attività di certi politici su Facebook, Instagram e Twitter, con buoni numeri di follower e interazioni.

Ma in queste ultime elezioni – che non a caso sono state chiamate elezioni 2.0 – quello che ha destato maggiore sorpresa e discussioni in rete è stato l’approdo dei politici su TikTok. Passino Facebook (il social “dei boomer”) e Twitter (il social “dell’informazione”), ma cosa ci fanno politici e candidati premier sul social della GenZ per eccellenza?

La domanda sorge spontanea, ma visti i numeri della piattaforma di ByteDance (1 mld di utenti al mondo e 2+ mln in Italia), e considerato che alle elezioni per la prima volta i 18enni votavano per il Senato, non si poteva far finta di nulla. D’altronde si sa che la politica è sempre immedesimazione con l’elettorato, e non c’è fetta di quest’ultimo che possa essere trascurata, specie in tempi di astensionismo come questi.

Politici e Tiktok: perchè?

La vera questione, però, che sta affollando quotidiani e blog, è un’altra: come sono sbarcati su TikTok? In una parola – per usare proprio il linguaggio delle generazioni più giovani – essi appaiono cringe, tradotto (con benevolenza): un po’ fuori contesto.

Dalle proposte di rinominare il social “TikTokTak” (per completezza) ai camera-look frontali, passando per video-comizi lunghi interi minuti e con descrizioni chilometriche, i politici non sembrano aver appreso appieno le logiche del social della GenZ. La quale è formata sì dai giovanissimi, ma non per questo da inconsapevoli, che hanno ben presto accusato il fatto di essere trattati come dei bamboccioni e non come degli effettivi elettori.

Oltre ad esservi approdati all’ultimo, tradendo gli intenti prettamente elettorali, i leader dei partiti hanno tralasciato (salvo in rari casi) il fattore più importante: che ogni forma di comunicazione e ogni social hanno un proprio linguaggio, e bisogna adattarsi ad esso. Farebbero meglio a prendere spunto da alcuni loro colleghi internazionali, che grazie a video brevi e ironici, alternando momenti privati a contenuti politici e mostrandosi come “persone reali”, stanno riscuotendo un discreto successo.

Che poi è vero che i follower non per forza sono elettori, ma ormai il detto “non esiste cattiva pubblicità” non sembra più valere in assoluto. L’opinione pubblica è estremamente influenzata dal coinvolgimento sui social e non è detto che anche TikTok (come Facebook ai tempi), possa passare da contenitore di “balletti e video di make-up” (cit.) a uno strumento di divulgazione più serio. Tanto più che ha già attivato una pagina Centro Elezioni e funzionalità anti fake news per facilitare i dibattiti.

Ma come ogni canale, bisogna saperlo usare.