Il debranding è, di fatto, un rebranding.

Sì, sembra uno scioglilingua e potete utilizzarlo per scaldarvi prima di eventuali speech, ma è così.

Negli ultimi anni stiamo assistendo a un trend importante, adottato soprattutto dai grossi brand che attuano operazioni di rebranding basate sul minimalismo per avvicinarsi al consumatore finale, sempre più protagonista delle strategie di marketing.

I marchi si snelliscono, vengono alleggeriti graficamente ed epurati del logotipo per essere sempre meno «too big», evitando così che la grandezza percepita dal loro target trasmetta anche una sorta di timore referenziale, un muro, una separazione che – nell’epoca dello human telling e delle relazioni trasparenti brand-consumatore – potrebbe risultare controproducente.

Cosa significa? Come diceva Coco Chanel:

Less is more.

 

 

Il naming – che possiamo chiamare logotipo – è stato prima integrato nel pittogramma (il segno grafico) e poi eliminato del tutto in un meccanismo di semplificazione visiva e concettuale. Visiva, è chiaro. Concettuale perché togliendo, il brand va a sintetizzare e sintetizzando a porsi in una maniera più light, trasparente, amichevole, in una parola: umana.

E non solo Chanel: 

 

 

Nike ha fatto lo stesso e altri big hanno confermato questo iter strategico strettamente connesso con la brand identity e con il posizionamento e la percezione del target rispetto allo stesso.

 

 

 

Simile a DNKN è il caso di Starbucks, che ha deciso di fare un passo in più verso il suo consumatore aggiungendo – lo sappiamo tutti – il suo nome scritto a mano (il non plus ultra dell’attenzione artigianale al singolo, almeno come feeling) sulle cup take away.

 

 

A questo punto dobbiamo però inserire un bel N.B.

Già, un nota bene in gigantografia che è importante sottolineare per evitare che diventi un no buono.

Come tutti i processi è un percorso, fatto di piccoli passi e di un corretto allenamento per evitare di strafare. Traducendo: il debranding non è per tutti, se c’è un “de” significa che prima deve esserci un brand. Il marchio, quindi, deve essere pronto per affrontare questa pulizia non solo stilistica.

È come per la scrittura: da giovani e inesperti tendiamo a caricare perché abbiamo la necessità di dimostrare e riteniamo che il + sia la chiave del successo. Più parole, più punteggiatura, più termini ricercati. Con gli anni capiamo il valore del -, un segno che può essere apprezzato davvero solo con l’esperienza: togliere significa scegliere, scegliere significa attribuire pesi diversi e valutare le priorità, semplificare significa adeguare il messaggio all’interlocutore perché diventi dialogo, piuttosto che un mero esercizio di stile.

Tornando al brand, possiamo dire che questo deve essere MATURO per ragionare su un possibile debranding. Cosa rende un brand maturo?

  1. Una storia forte
  2. Dei valori condivisi
  3. Un’immagine riconosciuta.

Se manca anche solo uno di questi tasselli la scrivania Ikea sarà solo un tavolo storto.