Quando si pensa al termine logo, la prima associazione mentale è visiva. È naturale, siamo abituati ad avere a che fare da sempre con i loghi di aziende, di brand, di prodotti, di eventi e di qualunque altra cosa abbia necessità di avere un’immagine riconoscibile per essere comunicata. Immagine dunque, ma non una qualsiasi, L’immagine che viene sviluppata proprio con l’obiettivo di veicolare i tratti distintivi di una realtà, raccontandola attraverso le linee e i colori di un segno grafico.

Ma se andiamo all’origine della parola logo – perché a noi piace sempre fare un po’ di analisi e scavare – ci accorgiamo che il suo significato è piuttosto lontano da questa mera accezione visuale, avvicinandosi più all’elemento testuale.

Citiamo testualmente da Treccani:

Sì, logo significa parola.

Non è strano, il logo è il primo step per comunicare. Il “piacere” quando si conosce qualcuno, l’abbinare al nome una stretta di mano decisa che dovrebbe dettare la prima impressione, insomma, in una parola: l’identità. E se lo pensiamo in questo modo, non abbiamo necessariamente bisogno di vederlo, perché l’identità, così come un nome proprio, può anche essere ascoltata e l’udito è un senso estremamente raffinato – Aristotele lo considerava più importante della vista – e, cosa fondamentale in pubblicità, con grande memoria.

Mai sentito parlare di marketing multisensoriale? L’esperienza del consumatore può coinvolgere diversi sensi e, così facendo, diventa sempre più immersiva. Provate a guardare un video muto e poi rivedetelo azionando l’audio, l’effetto sarà molto diverso. E se dopo un po’ di tempo doveste riascoltare l’audio sicuramente la memoria uditiva farebbe riemergere anche i ricordi visivi associati.

Ecco perché il logo sonoro (sound branding) non è un di più, ma una scelta strategica per costruire una identity forte, sempre più differenziale e riconoscibile. Non ci credete? Facciamo un test con poche sillabe:

PA RA PA PA PA, I’M LOVIN IT

Siamo sicuri che anche i più scettici, leggendolo, lo avranno canticchiato e canticchiandolo associato immediatamente a McDonald’s. E se togliessimo le parole – perché il payoff di fatto c’è – e lasciassimo solo la melodia? Vi assicuriamo che sarebbe lo stesso:

 

 

Un’operazione di marketing lanciata all’inizio degli anni 2000 e adottata a livello globale che ha contribuito all’awareness esponenziale del marchio.

Ma la famosa M gialla non è l’unica, anzi, c’è stato qualcuno che ha fatto ancora meglio e con meno note. Già, detta così sempre impossibile, eppure scommettiamo che tutti, almeno una volta nella vita (c’è chi più di una volta al giorno) vi siano entrati in contatto.

 

 

La sfida era grande: il logo sonoro avrebbe dovuto non solo rappresentare il brand, ma posizionarsi anche all’apertura dell’app, come suono esclusivo che anticipasse “una storia da cinema proiettata in casa”. Perché complesso? Su Netflix troviamo film e serie tv di tutti i generi e il suono sarebbe apparso sia prima di un horror che di un cartoon: contenuti, quindi, molto-molto diversi, indirizzati a persone molto-molto diverse.

Ecco spiegato come mai al team di Netflix ci è voluto più di un anno per definirlo, dopo N tentativi fallimentari o insufficienti, e alla fine quel ta-dum sia il risultato di quattro suoni sovrapposti: il rumore di una fede matrimoniale su una superficie in legno, ripetuto due volte, il suono di un’incudine e quello di una chitarra riprodotta al contrario.

E se pensate, visti gli esempi precedenti, che sia solo l’ultimo trend di comunicazione che passerà come quasi tutti i trend, ebbene possiamo fare un salto nostalgico agli anni ’90 quando, nelle principali sale cinematografiche, è comparso uno tra i loghi sonori più conosciuti al mondo:

 

 

La Metro Goldwyn Mayer fece la prima richiesta di registrazione di un marchio sonoro in Europa nel 1996 e, seppure il marchio venne riconosciuto legalmente per varie vicissitudini burocratiche solo nel 2006, non c’è savana che non associ quel ruggito al brand.

Così come non c’è utilizzatore di personal computer che non associ questo:

 

 

a Intel, da quasi trent’anni. 

Insomma, non un contorno goliardico al marchio visivo né una meteora come qualche jingle, il logo sonoro è, di fatto, il brand. Lo rappresenta, lo ricorda e richiede:

  • per la creazione, una brand analysis e una brand strategy ad hoc
  • per la registrazione, gli stessi presupposti di un qualsiasi logo: liceità, originalità e novità.

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