Facebook Ads: parola d’ordine interazione

Facebook engage

 

Quando Facebook, verso la fine del 2017, ha lanciato il suo nuovo algoritmo, per tutte le aziende e le community titolari di una pagina pubblica è risultato chiaro il suo modello di business: come direbbe Montemagno nei suoi video da milioni di views tu pagare, io mostrare. Di fatto, la corsia preferenziale attribuita ai contenuti degli amici non è stata una risposta all’emergenza di tornare fedeli alle origini, quando il network connetteva soprattutto le persone fisiche, quanto più la strategia di un gruppo conscio del potere che ha: permettere ai brand – grazie ai dati che ogni secondo raccoglie attraverso i nostri like, commenti, condivisioni, pubblicazioni – di raggiungere molto bene il proprio target. Dove target non è più soltanto un criterio socio-demografico ma una conoscenza approfondita degli interessi degli utenti.

Premesso ciò, siamo tutti nel gioco e sarebbe controproducente non restare in partita e giocarci la mano: seppur l’engagement organico dei post delle pagine sia drasticamente calato, solo nell’ultimo anno e mezzo, di quasi il 70%, Facebook rimane il network in grado di raggiungere 31 milioni di persone solo nel nostro paese, secondo solo, per utilizzo, a Youtube e Whatsapp.

Un colosso con un potenziale di marketing enorme, insomma, anche grazie al suo strumento pubblicitario completo e in continua evoluzione: il Business Manager, da cui si possono settare le inserzioni adv scegliendo obiettivo – naturalmente! – target per genere, età, geolocalizzazione, interessi, lavoro, comportamenti, impostare budget e durata della campagna e stabilirne la creatività, scegliendo tra diversi formati sempre di maggiore impatto. Uno strumento che Paid Manager, Social Media Manager, Web Marketing Specialist e Strategist non possono esimersi dal conoscere e continuare a studiare, viste le continue integrazioni.

Ultimo in ordine di lancio, l’annuncio del network di tre nuovi formati adv interattivi:

1. I video con sondaggio

Già presenti da tempo nelle Instagram Stories e decisamente molto utilizzati, a partire da questo mese arriveranno ufficialmente anche nel news feed di Facebook per mobile. Il network ha dichiarato che, 5 volte su 9, risultano più ficcanti rispetto al semplice video. Sarà perché il pubblico ha voglia di dire la propria?

2. La realtà aumentata

In questo caso siamo ancora in versione beta, ma arriverà entro l’anno il tormentone AR, già diffuso nelle stories. Vogliamo mettere la possibilità di far provare virtualmente un prodotto, semplicemente dal proprio smartphone restando comodi sul divano? E non pensiate si tratti solo di abbigliamento e accessori, anche il make-up è coinvolto: un test svolto con WeMakeUp ha permesso agli utenti di provare i nuovi colori dei loro rossetti in realtà aumentata, portando addirittura quasi al +30% di vendite.

3. Il gaming

Si tratta di annunci giocabili – Facebook li chiama playable – come quello di Vans, che ha sviluppato con Creative Shop un gioco che ha permesso agli utenti di manovrare virtualmente il guru del brand Steve Van Doren in un divertente percorso di montagna, tra regali e sfide. Insomma, con Facebook ads potrà esserci un’isola che non c’è per ogni bambino e un potenziale enorme per le aziende di intrattenerlo.

Ma allora l’organico? Ha ancora senso pubblicare contenuti senza sponsorizzarli? La risposta non è quella che si desumerebbe dalla premessa: certo che ha senso! Una pagina Facebook è un prezioso strumento di content marketing, non solo una vetrina gratuita spesso meglio posizionata di un sito corporate, ma un mezzo per farsi conoscere, coinvolgere, fidelizzare migliorando la brand reputation e sì, anche convertire. Una pagina Facebook per un’azienda è cosa comunica e come decide di comunicarlo, è un percorso, è evoluzione, storytelling. Non siamo più nell’era del prodotto al centro, il pubblico si aspetta emozione, empatia, vuole innamorarsi di un’idea e solo poi del prodotto o servizio legato ad essa.

Voi ribadirete: ma se tanto i post privi di boost vengono visti da una bassissima percentuale di miei fan, perché continuare a spremersi le meningi per fare piani editoriali con rubriche sempre nuove e d’effetto? Molto semplice. Vi siedereste a mangiare in un locale vuoto, con le pareti bianche, neutre di personalità, senza musica, finestre né menù? L’inserzione è lo strumento per raggiungere più pubblico, è l’insegna lampeggiante attraverso cui catturare l’attenzione di chi sta passando davanti al locale o vicino a un suo manifesto, ma la pagina è il locale e da lì non si scappa. Proprio come avviene per un sito aperto come mero segnaposto, senza basi di UX, UI e SEO, anche la pagina Facebook soffre di bounce rate: non facciamo scappare chi riusciamo, con fatica, dedizione e sforzi economici, ad intercettare.

Quindi sì, l’analisi di cosa piace al nostro pubblico e le idee creative per realizzarlo, tenendo sempre conto degli obiettivi aziendali, devono essere alla base di qualsiasi calendario editoriale mirato a popolare la nostra pagina con contenuti di qualità, insieme alla conoscenza di qualche dato utile. Ve ne sveliamo alcuni:

  • Scegliere la quantità, pubblicando tanti contenuti non è la strada giusta. Il Time Delay è stato surclassato dallo Story Bumping da un bel po’, questo significa che Facebook non mostra prima i post più recenti, ma quelli con le interazioni più recenti. Se un contenuto vecchio stimola di più l’engagement rispetto a uno appena postato, è quello ad avere più possibilità di essere visto, in una chiave di effetto domino virtuoso
  • Dall’avvento del Last Actor, per l’appunto, è l’interazione a regnare sovrana, con una classifica ben definita: il messaggio privato si trova sul primo gradino del podio – quindi monitoriamo sempre bene l’inbox e facciamo di Messenger un canale strategico -, seguono nell’ordine la condivisione, il commento, le reaction e il like
  • In generale sappiamo anche che il formato dinamico viene preferito: in questo senso il video ha statisticamente una reach maggiore della foto (Facebook ultimamente spinge quelli di durata superiore ai 3 minuti… non vorrà mica dare un po’ di fastidio a Youtube?), che ha una reach maggiore del link-post, che a sua volta ha una reach maggiore dello status. In generale, diciamo, perché le community sono tutte diverse ed è necessario analizzare i propri insights per tirare le somme, e le somme non sono mai definitive.

Insomma, un universo complesso e in continuo upgrade, che richiede monitoraggio e costante aggiornamento. Anche per questo ci sono le agenzie 😉